'Apertis-Verbis'

Alla ricerca della chiarezza

mercoledì, luglio 01, 2009
Porto Rotondo ed il suo YCI

E' un vero peccato che sia andata a fuoco la sede dell'yci di Porto Rotondo, uno dei simboli della località fondata dai fratelli Donà Delle Rose.



La prestigiosa costruzione, tutta in legno, sul modello di un analogo manufatto di Newport, dai colori bianco-celesti, dava il benvenuto a tutti i diportisti, all'ingresso del porto turistico, unitamente a due preziose colonne romane - vestigia antiche per un insediamento moderno, dotato di tutti i confort, dotato di equilibrate prospettive architettoniche vagheggianti la laguna di Venezia, patria dei due fratelli, irriducibili amanti del mare.



Centinaia di manifestazioni sportivo-mondane, premi e celebrazioni di rilevanza internazionale, davano al pregiato manufatto il carattere del cuore autentico dell'elegante borgo sardo-veneto.



Un banale incidente è stata la causa dell'incendio, che ha decapitato il fabbricato, per un danno complessivo di un milione di euro.



Dopo la violazione voyeristica e barricadera di Villa Certosa, ecco un altro 'vulnus' portato al mito della Costa Smeralda.



Sembra quasi la fine di un'epoca, già segnata dal passaggio di testimone dal principe ismaelita cultore di bellezza, al filocapitalista americano Tom Barrack.



Lo yci portorotondino era uno dei vecchi baluardi dell'estetica al servizio del turismo qualificato e rispettoso della natura, in un periodo in cui cominciavano ad affacciarsi i primi condomini dei multicostruttori romani.



Ora che avverrà?



La ricostruzione è prevista presumibilmente con le stesse caratteristiche.



Ma, ci domandiamo, lo spirito originario della Costa, quella magia voluta dall'Aga Kan e da imprenditori con il gusto artistico, desiderosi di un'architettura inserita nella natura, e la gente rispettosa del silenzio, del bello, del mare, del vento, dei fiori variegati e della meravigliosa macchia mediterranea, quello potrà mai ritornare?






Postato da: ApertisVerbis a 01/07/2009 10:18 | link | commenti |

domenica, giugno 28, 2009
'Infedeltà al cuore della fede'











Per saperne di più su Abdelwahab Meddeb



Nato a Tunisi, ma ormai da diversi anni trapiantato a Parigi, dove insegna letteratura comparata all'università di Paris X-Nanterre e dove dirige la rivista internazionale “Dédale”, Abdelwahab Meddeb è conosciuto in Italia quasi esclusivamente per un saggio, La malattia dell'Islam (Bollati Boringhieri), in cui ripercorre la storia e le caratteristiche dell'integralismo islamico e ne analizza le cause interne ed esterne, in un lungo percorso che prende avvio dalla Medina di Maometto per arrivare fino ai commando suicidi che hanno distrutto le Torri gemelle nel settembre 2001, passando attraverso la fondazione del wahhabismo nell'Arabia del XVIII secolo e il mancato riconoscimento dell'islam da parte dell'occidente. Ma lo scrittore, che ha al suo attivo una decina di opere tra poesie, saggi e romanzi, conduce ormai da molti anni una riflessione più ampia, su quella che lo definisce la sua “doppia genealogia fra oriente e occidente”, una ricerca che lo ha portato da un lato ad approfondire la conoscenza dei grandi testi della cultura sufi, dall'altro a individuare i nessi che collegano il grande poeta arabo Ibn Arabi con Dante Alighieri. Abbiamo incontrato Meddeb di passaggio nelle scorse settimane in Italia per alcuni incontri culturali: seduto in un angolo tranquillo di un caffè torinese, lo scrittore guarda i passanti attraverso la vetrina, ma getta spesso una rapida occhiata all'orologio. A nessun costo vuole mancare la visita rituale alla chiesa di San Lorenzo, la cui cupola gli ricorda quella della moschea di Cordova



Qual è il percorso attraverso il quale si è avvicinato al dibattito sulla crisi che attraversa l'islam?



Qualunque sia il testo che scrivo - si tratti di un saggio o di un romanzo - ci arrivo sempre passando per la poesia. In Italia, però, sono conosciuto soprattutto per La malattia dell'Islam, perché in questo libro ho orientato la mia attenzione su un avvenimento in particolare, la cui forza ha suscitato molto interesse. Ma di fatto questo libro è una sintesi, direi al tempo stesso globale e particolare, di un lavoro che è cominciato molto tempo fa: l'idea è partita con il mio primo testo, un saggio un po' goffo, che però conteneva già tutto il percorso che avrei poi seguito. Venne pubblicato nel 1975 su “Temps modernes”, in un numero speciale dedicato al Maghreb. Della redazione ci occupammo in tre, il marocchino Abdelkébir Khatibi, un autore algerino e io che sono tunisino e che a quel tempo ero ancora molto giovane. Era un testo analitico ma al tempo stesso lo si poteva leggere come una poesia: cercava di unire la potenza dell'assertività con un discorso visionario, che alla fine prevale sul versante analitico. D'altra parte io non sono un vero filosofo, e anche nella Malattia dell'Islam le argomentazioni le conduco spesso per scorci e digressioni. Alla fine questo progetto si è strutturato intorno al modo in cui ci si può situare sul “luogo dell'incrocio fra Oriente, Europa e Islam”, un incrocio che include anche l'apertura verso altre civiltà. Nutro ad esempio una grande passione nei confronti delle culture tradizionali cinese o giapponese, mentre provo minore interesse per quella indiana, per motivi che sfuggono anche a me, nonostante sappia che di questi incroci culturali l'India è il centro. A interessarmi più di ogni altra cosa è la questione dell'alterità assoluta della Cina e anche di come, in questa alterità assoluta, il Giappone rappresenti una dimensione di vicinanza. Il mio lavoro più recente riguarda i testi del poeta giapponese Saigyô (Vers le vide, edito nel 2004 da Albin Michel nella collana “Spiritualités”), che ho tradotto e curato insieme a un'amica giapponese, Hiromi Tsukui, lei stessa poetessa con una passione per la poesia antica. Grazie a lei sono stato iniziato alla lingua giapponese, la traduzione mi ha impegnato per dieci anni, sebbene si tratti in tutto di 144 haiku. L'aspetto che mi interessa riguarda il fatto che nel rapporto con questi testi ho trovato la possibilità di una sfida all'epoca contemporanea, a come sia possibile essere ultramoderni e al tempo stesso mantenere un contatto costante con la tradizione.



A proposito di tradizione, sono molte le tracce che hanno confuso le varie origini a cui ci si può richiamare: si potrebbe citare, per esempio, l'origine maghrebina di Agostino. E ci sono «tracce in via di sparizione» - come dice il poeta Ibn Arabi - che ci richiamano alla mente il fatto che il poema classico arabo cominciava sempre con il pianto sulle tracce lasciate dall'accampamento della tribù dell'amata. Cosa filtra, di tutto questo, nel suo personale rapporto con la tradizione?



Per citare le parole di Ibn Arabi, «le tracce del loro accampamento stanno scomparendo ma la loro passione, sempre nuova, dentro di loro, non scompare mai». Credo profondamente in quella che Goethe chiama la Weltliteratur. Quella che io pratico non è letteratura nazionale, prova ne sia il fatto che non scrivo nella lingua del mio paese, ma in francese, cioè nella lingua del mio paese di adozione. Sono convinto che nell'arte, come nella scrittura, esista una scena in cui il progetto è lo stesso ovunque, ed è su questa scena che ci si incontra. La fedeltà alla tradizione, e alle origini da cui la tradizione deriva e per cui procede, può avvenire solo all'interno di una situazione di infedeltà. Soltanto quando si è stati una volta infedeli alla propria origine, quando la si è tradita, quando si è andati altrove, su questa scena comune, con l'obiettivo di fondare qualcosa di nuovo, soltanto allora, su questa stessa scena, si può attingere alla propria origine. Solo allora puoi tornare verso di essa e prenderne qualcosa. Perciò mi piace parlare dell' “origine come traccia” e non come centro o come orizzonte personale. Nel momento in cui si crea un altro orizzonte e si sposta il proprio centro per alimentare una scena comune, si attua quella che chiamo “l'infedeltà fedele”. Quanto a Agostino, è importante ricordare la sua origine berbera, maghrebina, numida. Il testo delle Confessioni mi commuove, al di là dell'aspetto teorico, perché ho condiviso con Agostino una infanzia immersa nelle asperità del clima - un clima che impone di negoziare la sopravvivenza nella canicola. Anche io, inoltre, ho provato di persona, in profondità, la tensione fra la legge e il desiderio: all'interno di un ambiente religioso in cui è il padre a garantire l'incarnazione stessa della legge, quasi essa fosse una persona viva, il desiderio è per me qualcosa di estremamente importante. Anche per questo chiamo Agostino mio compatriota: così lo aveva definito pure Jacques Derrida, in un suo testo molto bello. Quando è morto, mi trovavo a Tangeri: quel giorno ho scritto un breve testo molto denso (uscito poi sulla rivista “Esprit”), una sorta di cronaca in cui ho ripreso la questione delle tracce e ho parlato dei due compatrioti che ogni maghrebino sente di avere in Agostino e in Derrida, due figure che rivestono per noi un'importanza capitale. Agostino ci chiama, addirittura ci obbliga, a spezzare quella cappa dell'islam responsabile di impedirci di ritrovare i fondamenti latini del Maghreb che sono esistiti, e sono ancora vivi. Derrida, come ogni maghrebino, dimostra come proprio partendo dal “luogo”, dall'Algeria, possa prendere origine qualcosa che ha agito in modo fondamentale per la cultura dominante dell'epoca, ossia la decostruzione della cultura occidentale. In Derrida, l'Algeria non è mai dimenticata, come è invece accaduto nei testi di molti altri autori naturalizzati francesi. Inoltre, in lui come in Agostino torna la stessa idea dell'essere fuori luogo: è un uomo del Maghreb che si è spostato verso l'altra riva del Mediterraneo, che si è mosso verso il luogo dove la lingua in cui scriveva era la lingua dell'autorità e del sapere. Inoltre, la mappa degli spostamenti si è molto allargata a altri dislocamneti del pensiero, a un decentramento verso l'America, per esempio. Anche per me è stata determinante la terza via del soggiorno americano: è grazie a questo passaggio che sono riuscito a rompere definitivamente il nodo gordiano e il legame d'assedio fra la riva nord e la riva sud del mediterraneo.



Come è avvenuta la sua iniziazione alla cultura occidentale, prima a Tunisi e poi quando si è spostato verso l'altra riva del Mediterraneo?



Nella mia formazione ho avuto un periodo “occidentalista”. Quando vivevo a Tunisi, stavo sempre un po' fra le nuvole, ero uno studente piuttosto svogliato. Cominciai a occuparmi di letteratura abbastanza tardi. A casa mia c'era soltanto la biblioteca in lingua araba di mio padre, ma durante una vacanza presso dei cugini più grandi di me, ho avuto accesso per la prima volta a una biblioteca in francese, e solo allora ho cominciato a leggere in quella lingua. Ho scoperto un manuale del secolo dei Lumi, ho cominciato a leggere Diderot, Rousseau, Montesquieu e di colpo ho avuto l'impressione di scoprire un mondo che era il mio. È stato a partire da lì che ho cominciato a provare questa passione divorante per i testi che ho coltivato fino ai ventun anni, quando sono partito da Tunisi. Ed è stato in quel periodo che ho imparato davvero il francese, lavorando quotidianamente sul dizionario per capire a fondo Les fleurs du mal di Baudelaire, iniziandomi alle influenze greche e latine e anche a quelle giudaico-cristiane sia pure in modo un po' sotterraneo. In quegli stessi anni ho scoperto anche la passione per la pittura. Fino a quel momento avevo vissuto in una sorta di deserto pittorico, ma per tutti gli autori che amavo di più la pittura è centrale. La prima cosa che ho fatto, quando sono andato a Parigi per terminare i miei studi universitari alla Sorbona, è stato di dedicarmi alla storia dell'arte: non andavo quasi mai a lezione, passavo il tempo viaggiando. In quegli anni ho scoperto l'Italia, che ha suscitato in me una passione straordinaria: passavo la vita nei musei ed è stato in questo contesto che ho scoperto Dante. Tutte queste esperienze le ho interiorizzate, e sono state alla base di questa fase, appunto, “occidentalista”, fra i sedici e i trent'anni. Forse sarà stata una forma di rivolta contro mio padre, fatto sta che in quel periodo ho lasciato completamente da parte la cultura araba, volevo essere un uomo del mio tempo, ero attratto dall'idea di andare alla conquista di Parigi. Ed è stato proprio a Parigi, in un ambiente sessantottino, un ambiente internazionale, con amici di tutte le nazionalità appassionati di musica e di cultura orientale, che ho scoperto il sufismo: fino a quel momento lo conoscevo solo a partire dalla tradizione popolare delle donne.



Mio padre ci aveva a malapena introdotto a Ghazali, lui stesso era stato un poeta della scuola un po' romantica, di forma neoclassica, odiava la rivoluzione poetica araba degli anni Quaranta e Cinquanta. Mi sono dunque lasciato iniziare al sufismo in questa atmosfera gauchiste aperta alle influenze orientali. La cosa che mi divertiva, però, era che in realtà io ne sapevo più degli altri perché venivo dall'islam. Ho letto i testi persiani soprattutto nella traduzione inglese, poi sono passato agli orientalisti, Massignon, Corbin, Nicholson prima di arrivare a Ibn Arabi con la consapevolezza che non potevo morire in quella corrente. E poco a poco ha preso forma il progetto dell' “infedeltà fedele” e la capacità di trovare “materia nuova” in questo incrocio.





Intervista di Lilia Zaouali – IL MANIFESTO – 05/02/2005










Postato da: ApertisVerbis a 28/06/2009 10:16 | link | commenti |
islam

mercoledì, giugno 24, 2009
Disintossicazione




Dopo 'l'overdose' elettorale, confesso che sono stufo di slogan e gossip, di dichiarazioni fasulle e proclami da operetta: la politica è un male necessario e per fortuna non è tutto, sia nella vita privata sia nelle relazioni sociali; neppure si può pretendere che sia un fondamento della società civile, che magari in quest'italia ridotta a un colabrodo, non sarà un granché, ma è, comunque, sotto-rappresentata da partiti e partitanti al potere.



Credo sia utile una disintossicazione dai veleni della campagna elettorale, per riappropriarsi di se stessi e ricomporre la propria integrità psico-fisica, guardando oltre la politica ed i 'comitati d'interesse' che sono andati all'assalto di comuni e province nel nome del progresso e del cambiamento - termini che suonano innegabilmente falsi e che nascondono soltanto, nel migliore dei casi, la volontà d'incrementare una nuova professione senza qualità, quella del 'politicante'.



Ho notato che alcuni nuovi eletti presenti su Fb hanno creato nuovi movimenti e nuovi partiti e che cominciano a chiedere iscrizioni e contributi: mi sembra una pantomima già vista decine e decine di volte.



Molti pensano che la salvezza, per loro, verrà dal nuovo proliferare di combriccole, di destra, centro e sinistra. Una vera pena.



Nessuno è contento della situazione generale, né al governo né all'opposizione, ma tutti sono concordi nel dire che le province sono una 'cartina di tornasole' importante, come se non sapessere che si tratta di 'enti inutili' destinati a succhiare l'ultimo latte dell'ultima vacca da mungere.



Una politica seria le abolirebbe d'un colpo destinando i quattrini ad alleggerire il peso della crisi. Ma così non è.



Si continua a parlare di parlamento di' nominati' e non di eletti, dimenticando che l'art.49 della Costituzione reclamerebbe una regolamentazione degli 'enti di fatto', chiamati partiti, mentre nessuno di essi ha messo nel programma un impegno fondamentale per la vita democratica: chiarire obblighi e responsabilità, funzioni e limiti di organizzazioni, che hanno espropriato lo stato da decenni, lottizzando tutto quello che era possibile infeudare, per garantirsi un potere senza fine né controllo, con clientele e nepotismi e sistematici accordi spartitori tra i vari gruppi in gioco.



Non si parla del' voto di scambio' o delle 'scelte uninominali' imposte dalle segreterie dei partiti, prima dell'attuale legge elettorale, che rimane una porcata, ma che va bene a quasi tutti, dato l'esito del referendum.



Si può pensare che la nomenklatura, nella quale si contano per carità anche persone di ottimo livello, voglia autoriformarsi? Sarebbe ridicolo.



Ecco allora crescere l'astensionismo ed il disgusto, non solo per le intossicazioni della politica, ma per tutta la categoria dei politici.



Le cifre sono in pauroso aumento, ma 'lorsignori' fanno finta di non accorgersene...



E' gente che non vota perché o si rifà alla pre-politica o alla meta-politica o addirittura alla metafisica, ovvero ritiene che la cosiddetta 'classe dirigente' del governo e dell'opposizione sarà costretta a dare le dimissioni da se stessa, per autoconsunzione, non rappresentando più nulla e nessuno.



Nel frattempo è meglio occuparsi di altro, senza dare troppo peso alle sceneggiate di queste 'élites non élites'.


Postato da: ApertisVerbis a 24/06/2009 13:47 | link | commenti (1) |
partitocrazia

domenica, febbraio 22, 2009
Testamento biologico

 

Angelo Panebianco ha interpretato molto bene l'opinione di chi alberopredilige, in materia di testamento biologico, la libertà di coscienza e respinge l'invasività dello stato nella vita privata dei cittadini, fino al punto di regolamentare anche gli ultimi esiti dell'esistenza con l'intervento della burocrazia.


Una forma d'intrusione che ci fa sentire schiavi senza speranza di un Moloch sado-masochista.





Il problema non si risolve con le stereotipate impostazioni ideologiche, che distinguono ossessivamente e grottescamente la destra e la sinistra.





Ricordo un appunto di Filippo Facci sul Giornale, in cui si dava conto della condizione estrema, di disperata desolazione, in cui versava la vita vegetale di Eluana, le ferite irreparabili sul suo viso, tormentato dall'accanimento delle macchine, per idratarla e nutrirla. Una feroce descrizione degl'insulti che, in diciassette anni d'immobile degenza, il suo corpo e la sua anima avevano subito ad opera dei terapeuti e dei custodi dello spirito, degl'interpreti ortodossi della religione cristiana.





Il silenzio si addice al dolore, e la pietà è l'unico sentimento che dovrebbe pervadere vicende di questo genere, dove la politica non dovrebbe mai entrare, se non per dettare regole di larga condivisione, nel rispetto della libertà e della dignità della persona.





Ora, quel che meraviglia è che questi principi, ad onta delle dichiarazioni ufficiali, stiano per essere stravolti, nell'attuale discussione del disegno di legge sul testamento biologico, che stride orrendamente con l'art. 32 della Costituzione e con i più elementari principi liberali.





Ritengo che il dissenso espresso dall'onorevole Benedetto Della Vedova, all'interno della maggioranza, sia il sintomo di un disagio molto diffuso nel paese e che l'attuale governo debba tenerne conto, per evitare frammentazioni nel suo seno e tra l'elettorato, lasciando da parte calcoli politici non propriamente encomiabili.





Si limiti a candidare Clemente Mastella al parlamento europeo, ma lasci fuori della porta temi troppo importanti come la sacralità della vita, che non appartengono, in via esclusiva, ad alcuno schieramento.





Tenga piuttosto a mente che un pontefice illustre, come Paolo VI, aveva già definito i limiti d'intervento del medico e della medicina, indicando la soglia invalicabile in "una vita in condizioni di essere umanamente e compiutamente vissuta".




Postato da: ApertisVerbis a 22/02/2009 13:39 | link | commenti (7) |

sabato, gennaio 10, 2009
INVITO ALLA LETTURA DI SIMONE WEIL











Simone

















Forse avete già letto qualcosa di Simone Weil. Se non l'avete fatto, ve ne consiglio la lettura. Adelphi offre un catalogo completo delle sue opere, che in rapporto alla sua breve vita sono un vero e proprio prodigio del suo genio. A me piace soprattutto ricordare "La Grecia e le intuizioni precristiane" e "L'amore di Dio"con un'introduzione di Augusto del Noce su "S. Weil testimone del nostro tempo".






















Se penso alle tante "femmes savantes"del nostro tempo, non posso fare a meno di notare la differente statura intellettuale e culturale di questa giovane donna, febbricitante di passione per la mistica e per le fonti della civiltà occidentale, scomparsa prematuramente, ma stella splendente per l'eternità, nel cielo dei talenti di primaria grandezza.






















Nelle sue "Lezioni di filosofia", che sto leggendo, ci sono indicazioni succinte, ma acute, sui concetti fondamentali e sulle conquiste del pensiero da parte dei grandi pensatori dell'umanità ascritti all' Occidente.






















Molto perspicue le considerazioni sulla conoscenza di sé, attorno a cui, fin dai tempi di Socrate, ognuno di noi s'interroga.




































E' semplicemente strabiliante come quest'autrice riesca cogliere l'essenza delle cose, attraverso una logica stringente ed una profonda analisi dell'anima del mondo, con un excursus affascinante e coinvolgente.






















Buona lettura a chi voglia approfondire la sua scienza.






























































































































Simone3

Postato da: ApertisVerbis a 10/01/2009 13:00 | link | commenti (3) |
cultura

venerdì, gennaio 02, 2009
LA GUERRA DEL CAPODANNO





fuochi dAll'indomani del capodanno, è facile constatare come si sia allineati alla tradizione italica in quanto a numero di virttime dei botti: quattrocento feriti ed un morto sono il risultato della guerra di fine anno.















Esse si accompagnano alle ottomila degl'incidenti stradali nell'ultimo decennio, cui si aggiungono quelle della droga e della lotta di mafia.















L'alba del 2009, al di là degli auspici verbali che ciascuno di noi non rinuncia a formulare, non è fausta per nulla.















I superstiti delle classi medio-piccole ormai annaspano.















Dopo la tassazione predatrice è giunta una crisi economica epocale, alla quale la politica, senza distinzione tra destra e sinistra, imprigionata dalla burocrazia e dal sistema bancario, non sa dare risposte adeguate, con tutto il rispetto per i provvedimenti minimi adottati a favore dei ceti più deboli, grottescamente invitando a consumare, magari indebitandosi...















L'esortazione ha avuto successo. Infatti le somme spese per cenoni e festeggiamenti hanno superato quelle dell'anno decorso, ma purtroppo anche questo fatto non è che un segnale di disagio.















Ormai una società come la nostra, priva di punti di riferimento, non trova altro modo di reagire che rifugiandosi nel più bieco materialismo egocentrico.















Le parole di Benedetto XVI hanno il suono della verità, per credenti e no, laddove denunciano i disastri di una globalizzazione che dimentica l' etica.















Al di là di alcune manifestazioni di solidarietà sociale, di rispetto dell'altro e di onestà individuale, il panorama generale è desolante.















Schiavi di bande di grassatori, impadronitesi della pubblica amministrazione, che gestiscono la burocrazia come un affare personale, ai cittadini è data soltanto la possibilità di esercitare la furbizia come sistema di vita, a danno dei pochi esemplari di gente onesta e di una corretta relazione tra istituzioni e soggetti privati, in un crescente degrado e disfacimento dello Stato e della massima noncuranza per l'interesse generale.















Basta guardarsi attorno per vedere come il mancato rispetto delle regole in ogni campo, il malcostume pervadente, sia divenuta l'unica norma da seguire. La  lettura di "Cabaret Voltaire" di Pietrangelo Buttafuoco, pur con tutte le riserve in materia di salvaguardia delle libertà individuali e collettive, è un'utilissima disamina della desertificazione dell'Occidente e dell'Italia in particolare.















La perdita del Sacro coincide con la distruzione delle radici e delle idee, del patrimonio culturale e dell'identità spirituale del vecchio continente, che da decenni non ha più un'anima.















Ora, in un mondo di cartapesta come questo non sono certamente i consumi a risollevare una comunità.















Ci vuole molto di più per una vera rinascita.







4526175_0

Postato da: ApertisVerbis a 02/01/2009 13:41 | link | commenti |
decadenza

LA GUERRA DEL CAPODANNO

fuochi dAll'indomani del capodanno, è facile constatare come si sia allineati alla tradizione italica in quanto a numero di virttime dei botti: quattrocento feriti ed un morto sono il risultato della guerra di fine anno.















Esse si accompagnano alle ottomila degl'incidenti stradali nell'ultimo decennio, cui si aggiungono quelle della droga e della lotta di mafia.















L'alba del 2009, al di là degli auspici verbali che ciascuno di noi non rinuncia a formulare, non è fausta per nulla.















I superstiti delle classi medio-piccole ormai annaspano.















Dopo la tassazione predatrice è giunta una crisi economica epocale, alla quale la politica, senza distinzione tra destra e sinistra, imprigionata dalla burocrazia e dal sistema bancario, non sa dare risposte adeguate, con tutto il rispetto per i provvedimenti  minimi adottati a favore dei ceti più deboli, grottescamente invitando a consumare, magari indebitandosi...















L'esortazione ha avuto successo. Infatti le somme spese per cenoni e festeggiamenti hanno superato quelle dell'anno decorso, ma purtroppo anche questo fatto non è che un segnale di disagio.















Ormai una società come la nostra, priva di punti di riferimento, non trova altro modo di reagire che rifugiandosi nel più bieco materialismo egocentrico.















Le parole di Benedetto XVI hanno il suono della verità, per credenti e no, laddove denunciano i disastri di una globalizzazione che dimentica l' etica.















Al di là di alcune manifestazioni di solidarietà sociale, di rispetto dell'altro e di onestà individuale, il panorama generale è desolante.















Schiavi di bande di grassatori, impadronitesi della pubblica amministrazione, che gestiscono la burocrazia come un affare personale, ai cittadini è data soltanto la possibilità di esercitare la furbizia come sistema di vita, a danno dei pochi esemplari di gente onesta e di una corretta relazione tra istituzioni e soggetti privati, in un crescente degrado e disfacimento dello Stato e della massima noncuranza per l'interesse generale.















Basta guardarsi attorno per vedere come il mancato rispetto delle regole in ogni campo, il malcostume pervadente, sia divenuta l'unica norma da seguireLa lettura di "Cabaret Voltaire" di Pietrangelo Buttafuoco, pur con tutte le riserve in materia di salvaguardia delle libertà individuali e collettive, è un'utilissima disamina della desertificazione dell'Occidente e dell'Italia in particolare.















La perdita del Sacro coincide con la distruzione delle radici e delle idee, del patrimonio culturale e dell'identità spirituale del vecchio continente, che da decenni non ha più un'anima.















Ora, in un mondo di cartapesta come questo non sono certamente i consumi a risollevare una comunità.















Ci vuole molto di più per una vera rinascita.
 







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Postato da: ApertisVerbis a 02/01/2009 11:13 | link | commenti |
decadenza

 

Eccomi

Utente: ApertisVerbis
Nome: Piero Sampiero
Sono un uomo dai molteplici interessi, in perenne ricerca di se stesso. Amo la vita contemplativa, ma anche le attività connesse alla conoscenza più ampia del mondo. La curiosità innata mi ha portato a svolgere diverse professioni, per dedicarmi ora ad un lavoro intellettualmente libero. Arte, letteratura, scienza, filosofia costituiscono i miei centri d'interesse privilegiati. L'educazione classicista e lo studio del diritto, nonché svariate incursioni nelle discipline orientali, pur condotte con spirito autodidatta, hanno influito sulla mia formazione. Anche la politica ha svolto un ruolo in passato. Non quella dei partiti, ma quella imperniata sulle grandi scelte comunitarie e personali. Ho tuttora interesse per il pensiero non dogmatico e per tutte le correnti libertarie, che prediligono la persona e i diritti naturali. Sono appassionato di etologia e di ambiente, ma diffido anche in questo campo dei fondamentalisti e dei fanatici. "La storia della fatica" libro scritto dal grande economista Sergio Ricossa, mi ha insegnato quanto le comodità attuali siano frutto di grandi sacrifici e di lotte drammatiche, per superare le difficoltà del mondo naturale, le sue insidie, le grandi asperità e gli ostacoli allo sviluppo. Sono quindi convinto che il progresso economico possa essere governato a favore di un'ecologia armoniosa, senza utopie mentre la convivenza tra gli uomini tanto è maggiore ed utile alla società, quanto più improntata a criteri di ordine morale, fondati su una visione, religiosa o laica, moderata da un sano pragmatismo e dal senso della realtà.

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